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CAGLIARI
Un angolo storico in viale Trieste: l'edificio è pericolante. Messa e rosario all'aperto
La chiesetta che galleggia
San Pietro dei pescatori, un gioiello secolare a rischio

Di ANTONIO MARTIS

Nata per la gente della laguna, l'acqua rischia di portarsela via. Un nemico silenzioso minaccia San Pietro, la chiesetta dei pescatori in viale Trieste: quattro pompe idrauliche, piazzate sotto il pavimento, sono sempre pronte. Quando il livello sale oltre una soglia-limite, entrano in funzione per prosciugare le fondamenta inzuppate. Costruito due millenni fa sulle rive dello stagno di Santa Gilla, l'edificio risente delle maree. Quattro anni fa l'innalzamento della laguna, provocata dall'alluvione di Capoterra, ha fatto arrivare l'acqua quasi all'altare. Il crollo di intonaci dalla balaustra ha consigliato prudenza. Niente messa domenicale, come era nella tradizione. Chiusura a tempo interderminato.
SAGRATO Ieri la festa del santo è stata ospitata all'aperto. Succede da tre anni: rosario e messa nel piazzale a corte dominato da due ficus centenari, una statua di padre Pio. Uno scorcio di Cagliari profonda, conosciuto soltanto dagli archeologi, dagli appassionati di storia locale e dal popolo delle barche che di padre in figlio si tramanda l'impegno e il sacrificio per mantenere in piedi la chiesetta dedicata al loro protettore.
Facile trovarla solo se si conosce il posto. Si trova a metà del viale (a destra in direzione via Roma) a lato del supermercato Sisa. Dalla strada non si nota, bisogna oltrepassare il cancello che apre su uno slargo che confina con i binari della ferrovia. C'è un officina, un sagrato, un edificio a due piani costruito a fianco alla chiesetta. Stile romanico, calcare bianco restaurato di recente, un metro e più sotto il livello stradale. I documenti la fanno risalire ai primi del secolo mille, ma le epigrafi paleocristiane trovate in zona fanno sospettare che la chiesetta sia databile all'ottavo-nono secolo dopo Cristo. Se così fosse potrebbe essere la seconda per età dopo la chiesa cagliaritana più antica, San Saturnino. L'interno (una navata con due altari laterali e uno centrale) è semplice con due statue che raffigurano San Pietro e un dipinto dell'Ottocento che rappresenta la Vergine Addolorata. Il pulpito è invece sistemato sopra il confessionale, esemplare a quanto pare unico in Sardegna. Una chiesetta-gioiellino tenuta in piedi dalla devozione tramandata di padre in figlio.
SANTA GILLA San Pietro è di proprietà del gremio dei pescatori, la corporazione feudale più antica a Cagliari. «La teniamo in piedi perché ci siamo noi, altrimenti sarebbe già crollata», spiega Giovanni Troia, pescivendolo all'ingrosso e vicepresidente del sodalizio (il presidente si chiama invece Massimo Puzzoni). L'ha fatto entrare il padre, a sua volta investito dal nonno. L'impegno lo trasmetterà ai figli. A patto che il suo lavoro resti legato al mare e alla pesca.
Nel 1960 il gremio dei pescatori contava sessanta soci, oggi trenta. Il suo compito principale è quello di organizzare, ogni 29 giugno, la festa di San Pietro: un voto al loro protettore finanziato interamente di tasca. «È la nostra festa, pagata da noi, senza nessun contributo».
Ieri sera nel piazzale, strapieno di fedeli, è stato recitato il rosario e subito dopo padre Giuseppe Simbula, parroco dell'Annunziata, ha celebrato la messa. L'altare era stato allestito in mattinata sotto un baldacchino per proteggerlo dall'ultimo sole della giornata. Al tramonto la processione fino a Stampace. Il voto si è ripetuto. La chiesetta però restachiusa, ci vorranno soldi (tanti) per poterla riaprire. Un miracolo.

LA STORIA. Reperti ed ex voto
Dalle epigrafi romane al cucchiaio della Wehrmacht

Per restituire San Pietro ai fedeli ci vorranno almeno centomila euro. Cifra approssimata per eccesso che non si discosta dalle necessità (tre anni fa si aggirava sui sessantamila). Soldi che da qualche parte bisognerà trovare: il gremio dei pescatori può contare solo sulle sue forze e le casse gli permettono di tenere soltanto sotto controllo l'edificio. Le fondamenta sono da consolidare: oltre al cedimento degli intonaci, ci sono segni evidenti che non sono più stabili, erose dall'acqua. Quando l'edificio venne costruito, la riva dello stagno era sicuramente più vicina, ma anche i cambiamenti della morfologia del terreno non ne hanno cambiato la natura.
La falda sale alle prime piogge e quando sono troppe succede quello che è avvenuto quattro anni fa: il livello dell'allagamento ha superato le fonti battesimali arrivando all'altare maggiore. Fino a quando non si troverà il sistema di dirottarla, non si potranno effettuare scavi archeologici di sicuro destinati a fruttare grandi scoperte. Già nell'Ottocento nelle vicinanze furono rinvenute iscrizioni funerarie databili al V-VI secolo dopo Cristo, conservate al museo archeologico. «Una delle iscrizioni ricorda la giovane Fortuna, morta a soli 27 anni», c'è scritto nella scheda su San Pietro del sito regionale sui Beni culturali.
Nel 1874 venne rinvenuta - ricorda sempre il sito Internet - anche una seconda iscrizione, incisa su entrambe le facce della lapide e posta a chiusura di un sepolcro . L'epitaffio più antico, databile al V secolo d.C., menziona Renobata, morta a 25 anni, il cui nome si lega al concetto cristiano del rinnovamento che si otteneva con il sacramento del battesimo. La lastra marmorea è stata, successivamente, riutilizzata e, sulla faccia posteriore, si ricorda Pascasius, il cui nome è chiaramente legato alla Pasqua e, quindi, al concetto della resurrezione.
La chiesa viene citata come "Sanctus Petrus de piscatore" nel documento del 1089 con il quale il giudice di Cagliari donava ai Vittorini una serie di edifici religiosi. È la prima prova scritta di una storia di devozione testimoniata anche dalla teca degli ex voto custodita nella sacrestia. Oggetti d'oro e d'argento e di metallo meno prezioso come uncucchiaio con lo stemma militare tedesco della Wehrmacht. Chissà come c'è finito. (a.m.)

da L'Unione Sarda, 30/06/2012

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