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Passato enigmatico e futuro incerto dei ventotto guerrieri di pietra

Il mistero dei giganti

I colossi di Mont’e Prama Le statue furono trovate in Sardegna nel 1974. Di fattura squisita e di origine sconosciuta, sono per ora conservate nel centro di restauro di Sassari: non c’è accordo sulla loro destinazione

Uno dei ventotto guerrieri di pietra lo hanno chiamato Sisinnio. Un omaggio a Sisinnio Poddi, il contadino che arando i suoi campi a Mont’e Prama, la Collina della Palma — a Cabras, Oristano —, nel marzo del 1974 scoprì il primo dei 5.178 frammenti che sarebbero venuti alla luce con le successive campagne di scavi, durate fino a tutto il 1979, e ci avrebbero restituito quello che il quotidiano «La Nuova Sardegna» del 31 marzo 1974 definì subito «eccezionale ritrovamento archeologico della penisola del Sinis»: una necropoli e, appunto, i pezzi di ventotto statue in calcare sedimentario, la pietra locale, a riprova del fatto che le statue non provengono da altri luoghi, ma sono state scolpite qui dove sono state ritrovate, tra il grande stagno di Cabras, i resti di Tharros — città fenicia, punica e romana — e i venti chilometri della penisola del Sinis, area marina protetta, oasi di fenicotteri, tartarughe e spiagge di quarzo.

Sisinnio è un pugilatore, un guantone a una mano e uno scudo rettangolare con cui si protegge la testa nell’altra, ed è stato ricomposto, come i suoi compagni, nel 2006. Un pezzo alla volta, frammento su frammento, con un paziente lavoro di ricognizione e catalogazione dei reperti durato nove mesi, il tempo di una gestazione. Ma anche dopo essere stati disseppelliti, Sisinnio e gli altri ventisette guerrieri, nel frattempo ribattezzati «i giganti di Mont’e Prama» per la loro stazza fisica, hanno dovuto attendere altri venticinque anni prima di essere riassemblati, perché nel 1980 sono stati messi a deposito tra Cabras e Cagliari. In questo quarto di secolo è stato possibile vederli, certo, ma solo a pezzi.

Dopo il certosino lavoro nell’accogliente e avanzato centro di restauro «Li Punti» di Sassari, un progetto denominato «Prenda ’e Zenia», «Gioiello delle Genti», in cui hanno lavorato anche i restauratori del centro di conservazione archeologica di Roma, l’ultimo atto — ridare ai guerrieri la loro fiera posizione eretta — è stato firmato dagli eccellenti fabbri sardi, che hanno letteralmente rimesso in piedi le statue, grazie a tralicci e braccetti di acciaio concepiti come altrettante «spine dorsali».

I guerrieri, o giganti — visto che sfiorano il metro e novanta d’altezza —, sono ancora adesso un gruppo di statue straordinario emisterioso. È vero che il ritrovamento, nel 1976 e sempre in quest’area, di bronzetti che ne replicano le fattezze e che, come le statue, sono guerrieri, pugilatori e arcieri, è stato di grande aiuto nell’opera di ricostruzione degli esemplari in pietra, ma è anche vero che questo non è bastato a spiegare «chi sono» i ventotto giganti. Né la presenza nello stesso luogo di una necropoli, o l’ipotesi di un centro di civiltà nuragica a Mont’e Prama, o il ritrovamento di uno scarabeo di tipo egizio risalente all’VIII secolo avanti Cristo, sembrano essere elementi sufficienti a svelare il mistero.

Prima di tutto: qual è la vera età dei giganti di Mont’e Prama? Nessuno lo sa. E la datazione comunemente accettata, oscillante tra il X e l’VIII-VI secolo avanti Cristo, è ancora troppo approssimativa, non soltanto perché investe un arco di tempo molto ampio, ma anche perché a seconda dell’età che si attribuisce ai giganti si può confermare omettere in discussione ruolo e primato della scultura greca, con la conseguenza, in questo secondo caso, di dover riscrivere la storia.

I sedici pugilatori, tra i quali il nostro Sisinnio, i sei arcieri e i sei guerrieri sono stati ritrovati assieme a sedici modelli di nuraghe (otto nuraghi monotorre, tre quadrilobati e cinque pentalobati), circostanza che ha fatto ipotizzare la volontà di realizzare un progetto unitario, ma che tuttavia non basta a spiegare le raffinatezze mediterranee di queste figure possenti (il busto più grosso tra quelli ritrovati pesa 222 chili), per esempio le loro capigliature a boccoli doppi o ritorti, i loro ornamenti, le loro tuniche lavorate e i fregi delle corazze, la cura del corpo e del viso, con le facce perfettamente sbarbate. E poi quegli occhi. Due cerchi concentrici e perfetti. Impressionanti. Da extraterrestri dei migliori film di fantascienza.

Più che le sterili polemiche di campanile su dove debbano andare (e magari dolcemente e burocraticamente morire) i giganti di Mont’e Prama — se nel museo di Cagliari o in un nuovo museo da costruire a Cabras, oppure nel centro di restauro di Sassari, o addirittura un po’ qua e un po’ là, così da accontentare sindaci e presidenti e rappresentanti di comuni, province ed enti vari —, bisognerebbe impiegare meglio le energie e interrogare Sisinnio e gli altri guerrieri su ben altre e più appassionanti questioni.

Per esempio, le domande e le opinioni elaborate dall’archeologo Peter Rockwell, inedite, ma che noi abbiamo avuto il privilegio di poter leggere ancora in bozze. Dice Rockwell che è davvero inusuale che statue come queste siano state scolpite senza supporti di alcun tipo, anche perché il peso di ogni statua è molto grande rispetto alla sottigliezza delle caviglie, che da sole non possono sostenere la statua. «Le sole altre statue scolpite senza supporto che noi conosciamo — afferma Rockwell — sono i kuroi della Grecia arcaica. Ma queste hanno le braccia parallele al corpo, non hanno parti che si estendono fuori dalla figura e vennero scolpite in posizione prona, con una piccola base circolare. Quando furono messe in piedi, la base venne inserita in un’altra base quadrata più grande. Le statue di Mont’e Prama invece non sembrano essere state scolpite in posizione prona a causa della misura delle loro basi quadrate. Già questo dimostra una padronanza della scultura semplicemente straordinaria».

Lo studioso americano ha compreso subito di avere di fronte qualcosa di unico e ancora non riesce a spiegarsi come abbiano potuto, gli scultori dei giganti, ricavare statue così grandi da un unico blocco di pietra e non assemblandole a pezzi. Di come siano addirittura riusciti a realizzare figure con il braccio proteso che fuoriesce dal corpo (l’unico esempio di statua di questo tipo è il Kore greco, ma il braccio proteso vi è stato attaccato, non ricavato dallo stesso blocco di pietra). E di come abbiano potuto dimostrare una incredibile precisione geometrica in ogni dettaglio. Gli occhi, per esempio. «Ogni occhio è fatto di due cerchi concentrici che sembrano essere cerchi perfetti — scrive Rockwell —. Si potrebbe immaginare che questo sia stato fatto con un compasso, ma non c’è alcun segno di compasso nel centro dell’occhio. Siamo di fronte a statue che pur sembrando un po’ primitive nel progetto sono state scolpite con una perizia che è pari a quelle di periodi molto più evoluti».

Mistero e fascino dei giganti si alimentano l’un l’altro a ogni successiva osservazione: non solo l’unicità di figure del genere, ma anche il fatto che esse siano scolpite in pietra; oppure, l’assenza di ogni gradualità nella evoluzione della tecnica: a differenza di ciò che accade nella storia dell’arte dell’Egitto e della Grecia, infatti, la perizia tecnica che ha prodotto i giganti sembra spuntata dal nulla, tanto da far dire a Rockwell che «queste opere esistono senza una storia», non hanno né un prima né un poi, né predecessori né successori.

Non è l’emozione della scoperta a innescare l’entusiasmo di Rockwell, ma una serie di elementi e di indicazioni tecniche che qui possiamo solo riassumere. Tra i tanti, l’attenzione destata dall’utilizzo di strumenti particolari come ad esempio lo scalpello dentato, che si ritiene sia stato inventato dai Greci nel VI secolo a. C., ma che sembra essere stato usato dagli Egizi già un paio di secoli prima.

I giganti di Mont’e Prama adesso si trovano «provvisoriamente» nel centro di restauro di Sassari, in fila indiana, in attesa di una casa definitiva. Ma, loro malgrado, si ritrovano sempre coinvolti in arroventate e insensate discussioni appena si accenni a qualunque cosa li riguardi. Come la polemica sui possibili viaggi all’estero per farsi conoscere dal mondo — a Pechino, a Londra, o a New York —, quasi che questa opportunità equivalesse a una bestemmia. Mentre il più fragile esercito di terracotta cinese va tranquillamente in giro da una capitale all’altra.

Il guerriero Sisinnio non si sarebbe fermato alla frontiera. E nemmeno i suoi amici, a ognuno dei quali i restauratori hanno dato un nome che ne cogliesse le sembianze e le qualità. Fastigiadu (Fastoso), Crabarissu (abitante di Cabras), Balente (Valoroso), Lussurgiu (Lussurioso), Langiu (Magro), Pantzosu (Robusto), Isbentiau (senta testa), Longu (Alto), Segundu e Componidori (i nomi dei due protagonisti della sartiglia, una gara equestre), Sirboniscu (Cinghiale), Prexau (Prezioso), e così via fino a Sisinnio. E a Rockwell, che per svelare il mistero ha questa speranza: «Che un giorno, da qualche parte in Sardegna, un altro agricoltore, arando i suoi terreni, si imbatta in un altro gruppo di sculture di pietra che consentano al gruppo unico di Mont’e Prama di fare qualche confronto storico».

Carlo Vulpio

da Il Corriere della Sera

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Ultimo aggiornamento Domenica 09 Settembre 2012 15:47  

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