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Petroglifi ed enigmi nella Grotta verde
Riscoperti i calchi dei graffiti: netta corrispondenza con le foto a lungo unico documento dei disegni

SASSARI Dal passato ancestrale a più recenti fasi della storia umana: un lungo viaggio con qualche sorpresa a effetto. Soprattutto in Sardegna. Dove l’archeologia continua a riservare colpi di scena. L’ultima è il ritrovamento nei depositi della soprintendenza sassarese dei calchi di quei petroglifici scoperti a metà del Novecento nella Grotta verde, sulla Riviera del corallo. Una novità tutt’altro che trascurabile. Per almeno due motivi. Entrambi validissimi, secondo gli specialisti. La prima ragione d’interesse è che della serie originale d’iscrizioni lasciate dai nostri antichi progenitori del Neolitico sulle pareti all’interno degli anfratti 75 metri a picco sul mare di Capo Caccia non si riesce a rilevare più traccia ormai da parecchio tempo. Forse perché si trovano in un tratto non ancora interessato alle operazioni di restauro, forse perché il mutamento nel livello interno dell’acqua in certi punti della grotta le ha rese momentaneamente non più visibili. La seconda ragione d’interesse sta invece nel rilievo che questa documentazione ha per approfondire lo stato attuale delle ricerche e delle conoscenze. «Sino a qualche mese fa potevamo contare con certezza solo su due piccoli calchi in possesso del libraio sassarese Piero Pulina e sugli scatti fatti negli anni Settanta dal fotografo Giulio Romano Pirozzi al momento della delicatissima riproduzione eseguita da nostri tecnici subacquei», dice Graziella Dettori, della soprintendenza ai Beni archeologici per le province di Sassari e Nuoro. «Ma, dopo un’attenta ispezione, i calchi più significativi, quelli a a grandezza naturale, di gesso, sono venuti fuori dai magazzini della soprintendenza, in piazza Sant’Agostino, a Sassari – continua l’esperta - Bene: quei calchi sono preziosi perché danno l’idea esatta dell’importanza del ritrovamento compiuto a suo tempo sulla costa algherese e perché evidentemente possono venire usati per ottenere copie di petroglifici attraverso un’imprimitura». Ma che cos’è la Grotta verde? E perché conserva tanto fascino misterioso? Al suo interno ci sono testimonianze lasciate dai primi uomini vissuti lungo la costa algherese 6-7mila anni fa. Vasellame e sepolture, ritrovate vicino a straordinarie stalagmiti. Più di recente, poi, è stato rinvenuto lo scheletro di un uomo che con ogni probabilità è vissuto a cavallo tra primo e secondo millennio dopo Cristo. E a suscitare enorme richiamo, comunque, sono sempre quei meravigliosi graffiti rupestri. Disegni al centro di enigmi (alcuni sono convinti che gli originali siano ancora recuperabili sotto uno strato di concrezioni). In ogni caso si potrà adesso lavorare per ricostruirli. Magari attraverso un lavoro che può andare di pari passo con la valorizzazione dei reperti: utensili e arnesi d’uso quotidiano, tutti di stupenda fattura. E affascinanti come gli antichi pittogrammi. Così, tra passato e presente, tante storie s’incrociano. E a ben guardare costituiscono gli aspetti di maggior appeal verso un mondo che continua a intrigare parecchi appassionati. L’ultima riprova? Tra i molti cultori del genere anche sul web in quest’ultimo periodo si è sviluppato un acceso dibattito proprio su questi graffiti. C’è stato infatti chi ha dubitato che le foto a colori fatte negli anni Settanta corrispondessero ai calchi di gesso. «Ma dopo questa riscoperta nei depositi di Sant’Agostino si è potuto constatare come i miei scatti raffigurassero proprio il rilievo dei petroglifici fatto dai tecnici della soprintendenza, che in passato avevano comunque già rilasciato inequivocabili dichiarazioni in questo senso», ricorda adesso Giulio Romano Pirozzi, a 77 anni visibilmente soddisfatto di come l’accuratezza del suo lavoro abbia resistito al passare del tempo.
(pgp)

da La Nuova Sardegna, 18/11/2012

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Ultimo aggiornamento Lunedì 19 Novembre 2012 16:09  

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