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Quella di Carbonia è la prima e unica officina specializzata rinvenuta in occidente
Alle pendici del nuraghe Sirai la fucina del vetro dei sardo-fenici
Eccezionale scoperta degli archeologi guidati da Carla Perra

Di ANDREA PIRAS

Ai piedi del nuraghe Sirai, dove da oltre dieci anni si scava per riportare in superficie i segreti della fortezza, gli archeologi hanno messo le mani su un nuovo, importante tassello. Un'officina attrezzata per la lavorazione del vetro, la prima fucina completa del periodo fenicio trovata in occidente. Non solo. Per gli archeologi guidati da Carla Perra, già direttrice del museo Villa Sulcis di Carbonia, è la conferma dell'esistenza di una comunità integrata, composta da fenici e nuragici che convivevano e coabitavano in una nuova tipologia di insediamento, la fortezza appunto, realizzata dalle due popolazioni alla fine del VII secolo avanti Cristo sotto il castello nuragico quadrilobato. Un monumento oggi completamente nascosto sottoterra e che andrebbe invece indagato con una campagna di scavo il cui costo si aggirerebbe sul milione di euro.
L'indagine archeologica ai piedi del nuraghe Sirai, insomma, si sta rivelando uno studio chiave per comprendere il periodo più tardo e meno conosciuto della civiltà sarda che coincide con il culmine della presenza fenicia. E cioè l'età del ferro compresa tra il 730 e il 510 avanti Cristo. «A far aumentare l'interesse della scoperta, anzi, delle diverse scoperte fatte durante la campagna di ricerca, visto che non soltanto quella dell'officina ma anche quella dei terrapieni di tradizione orientaleggiante riveste grande importanza, è la posizione della fortezza nel Sulcis. La presenza di attività come la produzione del vetro, del ferro e delle ceramiche in un centro periferico e di frontiera confermano da un lato l'esistenza di un sistema fenicio ormai strutturato nel Sulcis, ma dall'altro indicano che il nuovo sistema economico si basa sullo sfruttamento capillare di tutte le risorse e con l'uso di tecnologie specializzate già impiegate nei centri più lontani dalla città», spiega Carla Perra. «Il vetro è infatti una delle produzioni più specialistiche e tipiche dell'artigianato fenicio». L'officina è stata individuata nell'area sacra della fortezza, in quella che in passato era una vera capanna. È lì, in quel laboratorio perfettamente attrezzato, che gli artigiani sardofenici trattavano i materiali per trasformarli in manufatti preziosi.
Nella prima fornace si fondeva la materia prima: il minerale di quarzite triturata, le conchiglie polverizzate in un mortaio, e probabilmente le ceneri di salicornia. Conchiglie (numerosi i gusci recuperati) e salicornia avevano un ruolo chiave nella produzione degli oggetti di vetro, a testimonianza delle grandi conoscenze chimiche che quella comunità mista aveva. «Il carbonato di calcio presente nella valve dei molluschi - ricorda la direttrice dello scavo - serviva per abbassare il punto di fusione del vetro, il sale della salicornia, vegetale che cresce sulle sponde di stagni e lagune ed è dunque a contatto con le acque salmastre, per stabilizzare la miscela». Nell'officina,era presente anche una fornace centrale suddivisa in due vani. Nella prima si bruciavano i rami e le piante per ottenere le ceneri; nell'altra, di cui resta solo il fondo, si fondeva probabilmente il ferro per colorare di blu o di giallo la pasta del vetro. Gli archeologi hanno anche scoperto e liberato dai sedimenti una piccola camera quadrata dove si eseguiva l'ultimo processo di fusione dei manufatti, poi modellati all'esterno. Nella fucina sardo-fenicia non potevano mancare le vasche (ne sono state trovate due) per raffreddare sia gli attrezzi che i prodotti estratti dalle fornaci. Durante lo scavo sono state rinvenute anche numerose macine per la frantumazione del quarzo e dell'ocra, i crogioli, le pinze per estrarre il materiale incandescente, un segaccio e un arco in corno di cervo usato forse come trapano.
C'è un altro aspetto che stanno studiando a fondo gli archeologi per tentare di svelare quello che resta ancora un mistero irrisolto: la vicinanza, di più il collegamento stretto, tra l'officina e il tempio. Per Carla Perra, due sono le chiavi di lettura su cui bisognerà comunque ancora studiare. La prima: «Intorno al tempio ruotano le attività produttive più importanti della comunità». La seconda: «Area sacra e area specializzata costituiscono il nucleo direzionale di questa comunità». Un'élite di prestigiosi artigiani e sacri governanti. Scoperta insomma eccezionale, frutto di una ricerca condotta fuori dalle tradizionali istituzioni (Università e Soprintendenza), affidata dal ministero per i Beni culturali al Museo archeologico Villa Sulcis e al Comune di Carbonia.
Un'indagine seguita con estrema attenzione dal soprintendente di Cagliari e Oristano, Marco Minoia, e dal professor Mario Torelli, ordinario di Archeologia e storia d'arte greca e romana all'Università di Perugia, e accademico dei Lincei. Il 22 pomeriggio alle 17, a Carbonia, nella biblioteca di Villa Sulcis, sarà Carla Perra a presentare il rinvenimento insieme a Giovanni Battista Asuni, restauratore dei manufatti recuperati. Alla conferenza seguirà la mostra dei reperti della fortezza del Nuraghe Sirai.

da L'Unione Sarda, 30/01/2013

Commenti

È sintomatico del nullo interesse verso ciò che è autenticamente sardo, come il Nurake Sirai, il fatto che tale manufatto sia stato trascurato dall’ignorante mondo archeologico sardo per tutti questi decenni! Infatti questi pseudostudiosi hanno inseguito per decenni il fantasma di quei “fenici” che altri ha dimostrato essere mai esistiti. Dopo aver ricevuto tanti sberleffi da loro stessi colleghi, come: A. Ciasca che disse “la regione geografica alla quale convenzionalmen te ci si riferisce con il nome di “Fenicia” è un complesso di realtà culturali assai variate che possiamo intravedere solo a tratti”; Amatasi Guzzo, Bonnet, Cecchini, Xella che dissero “i fenici non costituirono mai una vera nazione né uno stato unificato”; Pastor Borgognon che disse “almeno in oriente i fenici non esistevano”; Baurain-Bonnet sono del parere che “i fenici restano una scoperta, se non un’invenzione dei Greci”; Röllig dichiarò “… i fenici. Ciò che tuttavia non è così chiaro è ciò che questo vocabolo significhi. A rigor di termini, non esistevano dei fenici, nel senso di un particolare popolo, nell’Antico Vicino Oriente”; Moscati “il nome “fenici” costituisce di per sé un problema … il vocabolo può assumere vari significati: il colore rosso, l’albero della palma, il suo frutto, il favoloso uccello fenice, uno strumento musicale; Peckham “la Fenicia non era una nazione”; Bondì “la Fenicia non costituì mai … una compagine politica unitaria”; Bartoloni “la Fenicia … si colloca fra le città della Siria settentrionale, abitate da popolazioni cananee ed aramee”.
Ebbene, dopo aver invano cercato tracce di “fenici” su Monte Sirai, dopo che il Bartoloni affermò che “in fondo i “fenici” arrivati in Sardegna sono stati poche decine”, dopo che l’analisi del DNA degli inumati di Monte Sirai ha dimostrato che i defunti erano individui locali, dopo che il Bartoloni affermò che “l’insediamento di Sirai non aveva proprio nulla di fenicio”, dopo che il Tronchetti affermò che “i “fenici” non erano venuti per colonizzare, anzi…” quei buontemponi degli archeologi nostrani (tanto paghiamo noi!) cosa ti vanno ad estrarre dal loro cilindro? Che finalmente su Sirai esistevano anche i Sardi! Pensate un po’ che trovata scientificament e da Nobel! Però, che non si montino la testa questi Sardi! È loro concesso si di stare a Sirai, ma solo se accompagnati da “fenici”!
Luminoso salto mortale letterario per nascondere una fortissima, chiarissima realtà che racconta di una TOTALE ASSENZA DI “FENICI” DA SIRAI !
Complimenti! Questo è davvero un incedere scientifico!
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