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Eventi. Una mostra a Roma prova che gli abitanti di Ichnusa non erano solo pastori
I sardi pelliti? Calunnie.
Mercanti raffinati e potenti

Di MAURO MANUNZA

Paese di eroi, di santi, di navigatori. Forse di poeti. Certo di architetti e costruttori. E di mercanti. Questa era la Sardegna tra il secondo e il primo millennio avanti Cristo, dall'età del bronzo medio agli albori di quella del ferro. C'è voluto un bel po' di tempo per riconoscere che gli abitanti dell'antica Ichnussa non erano semplici pastori defilati nell'interno dell'isola e diffidenti del mare: ormai le prerogative del popolo dei nuraghi sono uscite dal buio mistero, in gran parte svelate da decenni di studi archeologici e pubblicamente proclamate. Il mito è superato da certificazioni di indiscussa autorevolezza quali possono essere il Museo archeologico nazionale etrusco (a Roma) e gli specialisti che nelle sale di Villa Giulia hanno messo in piedi una mostra di eccezionale interesse e largo richiamo (potrà essere visitata ancora per un paio di settimane).
È intitolata “La Sardegna dei diecimila nuraghi. Simboli e miti dal passato”. Esposizione di grande fascino che «rivela una civiltà antichissima come quella che ha realizzato le torri di pietra e che dalla Sardegna ha intessuto relazioni commerciali e culturali con le altre popolazioni insediate nel Mediterraneo»: questo il commento di Alfonsina Russo, soprintendente per i beni archeologici dell'Etruria meridionale, artefice della mostra assieme all'etruscologo Marco Edoardo Minoja, soprintendente archeologo della Sardegna, ad interim con Bologna. Il quale spiega che i Sardi di tremila anni fa erano «al centro dei contatti con tutte le sponde del Mediterraneo, centro nevralgico dei traffici di grande importanza e larga percorrenza, fino alle coste atlantiche della Spagna, alle isole Egee, al Tirreno».
Non “pelliti” come più tardi li avrebbero definiti i Romani. Certo gli allevatori vestivano di pelli d'animali; ma l'abbigliamento di uomini e donne nei villaggi era composito e, per quei tempi, perfino elegante. C'erano i sacerdoti, c'erano gli equipaggi marittimi e i guerrieri armati. I Sardi avevano imbarcazioni in grado di affrontare il mare lungo rotte “internazionali” trasportando in andata rame e argento, bronzetti e ceramiche; e al ritorno grandi lingotti di piombo e lo stagno che serviva per realizzare il bronzo con cui forgiare statuette interpreti della loro vita. E gli scali isolani ricevevano mercanti d'ogni dove, interessati agli scambi d'ogni prodotto. Ma il traffico vivo non riguardava soltanto beni materiali: i contatti diretti diffondevano costumi, così che la cultura degli isolani s'intrecciava con quelle di luoghi anche lontani - Micene, Cipro, Bulgaria, Libano e vicino Oriente, penisola iberica e più distanti coste atlantiche. Si trovano tracce sarde nell'Europa centrale. L'anno scorso si è scoperto che reperti dell'età del bronzo nordica furono prodotti con rame della Sardegna. L'interesse della mostra di Villa Giulia (quartiere Flaminio) riguarda ovviamente le relazioni dei Sardi con i vicini Etruschi, quando ormai la civiltà nuragica era prossima alla fine mentre i Tyrsenoi cominciavano a espandersi. Le coste orientali isolane distano meno di 200 chilometri dall'Argentario e Capo Linaro. Perciò l'Etruria conosceva e apprezzava le produzioni artigianali nuragiche, simboli di un quasi esaurito potere politico, religioso, marittimo. Molto è andato perso nei secoli, ma restano bronzetti e vasi in ceramica venuti alla luce soprattutto da sepolcri e scavi clandestini: a Gravisca, Vulci, Tarquinia, Cerveteri, Veio; nel settentrione a Vetulonia, San Feliciano, Populonia, fino a Pisa e Bologna, al Lazio e alla Campania. Navicelle trovate a Torlonia sono conservate all'Ermitage di San Pietroburgo.
Non tutto è originale sardo. Gli Etruschi (popolo più giovane di quello isolano) riproducevano in grande quantità e a loro volta esportavano nella penisola, continuando a commerciare falsi oggetti sardi quando per la società ormai postnuragica si accelerava la crisi aperta dalla cessata produzione del rame cipriota.

Nuraghi

L 'imponente mostra sulla civiltà della Sardegna nuragica allestita a Villa Giulia è un raro evento. Occorre risalire al 1990 per ricordare un'esposizione oltre Tirreno sull'archeologia nell'isola: pochi bronzetti a Roma in occasione dei Mondiali di calcio. Cinque anni prima c'era stata “Nuraghi a Milano”. Nel 1949 una mostra di sculture nuragiche fu organizzata a Venezia da Giovanni Lilliu. “La Sardegna dei diecimila nuraghi” è stata inaugurata a Roma il 14 dicembre scorso e chiuderà il 16 marzo: è ospitata nel prestigioso Museo archeologico nazionale etrusco, che raccoglie i più importanti reperti della civiltà sviluppatasi nella penisola attorno all'ottavo secolo avanti Cristo. Ha preso lo spunto dalla mostra “Simbolo di un simbolo” allestita a Ittireddu nell'ottobre del 2012 e replicata l'anno scorso a Sassari. Non per caso Ittireddu è capofila dei tanti Comuni sardi che, ricchi di aree archeologiche, hanno contribuito a realizzare l'esposizione di cui sono promotori e organizzatori gli archeologi Alfonsina Russo, Franco Campus, Luciana Di Salvio, Valentina Leonelli, Flavia Trucco, con la collaborazione di uno stuolo di altri specialisti (in testa Marco Edoardo Minoja). Annunciata sotto il colonnato del giardino da 40 pannelli dei Comuni “archeologici” sardi, la mostra occupa l'intero primo piano. L'epopea dei nuragici è raccontata fra pannelli e documenti filmati; nelle teche si confrontano bronzetti giunti dalla Sardegna con quelli trovati nella Tuscia. (m.m.)

da L'Unione Sarda, 08/03/2014

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Ultimo aggiornamento Martedì 11 Marzo 2014 19:23  

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