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Nella valle di Tuèri il Pantheon nuragico
Perdasdefogu: 36 crani e 58 ossa risalenti a 3500 anni fa, perfettamente conservati, sfatano il mito dei sardi “razza nana"

di Giacomo Mameli

PERDASDEFOGU. Sono «sicuramente» di tremila, 3500 anni fa i 36 crani e le 58 ossa lunghe trovate nella vallata di Tuèri a tre chilometri da Perdasdefogu dove - fra monumentali tacchi calcarei - troneggia il “Nuraghe dell'orco”, uno dei pochi “a corridoio” studiati da Giovanni Lilliu e da Fernando Pilia (nel 1951 gli aveva dedicato la tesi di laurea). Questo «tesoro archeologico» - consegnato alla Soprintendenza alle Antichità per Sassari e Nuoro dal Gruppo Grotte Ogliastra guidato da Giancarlo Cannella e dal Comune col sindaco Mariano Carta - è all'esame degli esperti di diverse discipline, genetisti in prima linea. E non solo italiani. Tutti interessati a capire se Tuèri fosse solo una «tomba collettiva», una fossa comune o una sorta di Pantheon dei notabili della civiltà nuragica. Gli indizi ci sono. Nella stessa zona, nei primi anni del novecento erano state rinvenute 242 monete romane con l'immagine di Astarte risalenti al 216 avanti Cristo e consegnate al Museo di Cagliari da un medico torinese del mito, il dottor Enrico Toselli. Pantheon e caveau? Pantheon e zecca dove si battevano le tre spighe, la testa di Tanit e simboli astrali?

Per ora ci sono conferme di studi fatti negli anni '60 dall’antropologo Carlo Maxia. Ma emergono i primi clamorosi risultati comunicati ieri in un'assemblea popolare nella biblioteca “Daniele Lai” affollata come usa a Foghesu. Le analisi compiute («ma c'è da lavorare molto e avremo sorprese davvero eccezionali», ha detto Nadia Canu della Soprintendenza) sfatano il mito della «razza nana» sarda. I nostri antenati non erano certo campanili ma in linea con la «media staturale» di oggi. Se tra il 1950 e il 2000 la statura media di un sardo era di 1 metro e 69 centimetri per un maschio e di 1.56 per le donne, un millennio e mezzo prima di Cristo le altezze non erano «insignificanti». I nuragici in generale - dall'Asinara a Capo Carbonara - «svettavano» a un metro e 65 centimetri (maschi), le donne erano alte 153 centimetri. Gli abitatori delle campagne ogliastrine e quelli di Perdasdefogu nel dettaglio arrivavano rispettivamente a centimetri 162 e 154. Ed è stata smentita una leggenda allo stesso tempo metropolitana e paesana che voleva presenti in Ogliastra e in Sardegna «condottieri» come appaiono su pietra i Giganti di Monti Prama o come gli spilungoni Tore Sirigu e Giorgio Chiellini del calcio contemporaneo. No, non c'era alcun watusso: «Non è emerso un solo dato di compatibilità fuori dal range dei comuni mortali, e i nuragici, anche quelli sepolti a Tueri, erano comuni mortali» ha tagliato corto Luca Lai, antropologo-archeologo dell'università di Cagliari.

Gli studiosi hanno detto di «avere fra le mani un patrimonio pressoché unico perché le ossa di Tuèri si sono conservate integre in quanto ricoperte da strati di terra per almeno tre millenni». I primi studi recenti, dopo quelli del professor Maxia, certificano la «sardità doc» delle popolazioni ogliastrine delle quali è sancita «la sostanziale continuità genetica con i nuragici», ha detto Lai. Da studi recenti su resti umani di quel periodo, è emerso che gli ogliastrini attuali hanno una compatibilità di Dna pari al 54 per cento con i loro antenati, contro una media regionale che si attesta al 20-25 per cento circa. Lo erano anche gli abitanti attorno al «Nuraghe dell'Orco» che poteva essere la residenza di un capo tribù di tutto rispetto in un territorio - ha detto Canu - con «29 monumenti archeologici dal periodo neolitico ma dei quali sono quello di Tueri è soggetto a vincolo archeologico». Non è protetta, tra le altre, la reggia nuragica di Nuraxi dove - aveva detto nel marzo del 1994 il professor Giovanni Lilliu - sono «presenti almeno sei mini torri nuragiche che formavano un villaggio popolato da almeno cento persone». L'archeologo Michele Castoldi ha dato una prospettiva economica a tutto questo «ben di Dio». Perché «col primato mondiale della longevità riconosciuto dal Guinnes World Record, con i reperti nuragici, l'eccezionalità della chiesa preromanica di San Sebastiano e con un territorio di pregio naturalistico come le cascate di porfido di Bruncu Santoru e l'Eden di Luesu il paese può portare ad economia queste bellezze. La longevità è strettamente connessa alla qualità ambientale, dovete farne un punto di forza".

Ed è stata la stessa Nadia Canu (Soprintendenza di Sassari) a dire che "Una volta analizzati i reperti di Tueri torneranno nella sede naturale e arricchiranno il Museo di Perdasdefogu". Col nuovo presidente del Gruppo Grotte Gianni Zanda sono intervenuti, dopo il sindaco, anche Elisabetta Cannella e Milena Meloni del Centro di educazione ambientale Ceas.

In mattinata un gruppo di speleologi del Gruppo Grotte di Perdasdefogu - Gigi Prasciolu, Serena Carta, Mario Lai Patata e Maria Valeria Boi- è andato a Tueri per accertarsi della chiusura della grotta-ossario. Tutto in regola. Il sentiero è ben tracciato. Mancano i visitatori "paganti". Ma questo è tema comune a tutta la Sardegna archeologica.

da La Nuova Sardegna, 05/07/2014


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