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Archeologia, a Monti ’e Prama trovati i resti di un altro gigante

Il georadar non lascia dubbi, sottoterra si nasconde una “nuova” statua. Vanno avanti gli scavi nel Sinis, dove sta venendo alla luce la città dei guerrieri: ora sono diventati 17

di Enrico Carta

CABRAS. Non sbagliava il georadar. Sotto la terra del Sinis ci sono altre meraviglie. Le si può chiamare strabilianti, senza per questo esagerare. Dopo giorni che gli archeologi scavavano senza troppi frutti, nei giorni scorsi qualcosa di grandioso è venuto fuori dalle zolle di Monti ’e Prama, la stessa zona dove nel 1974 alcuni agricoltori ritrovarono le famosissime statue nuragiche risalenti a diversi secoli prima della nascita di Cristo. Questa volta non ci si è trovati di fronte al solito reperto, di quelli che fanno emozionare gli specialisti perché hanno un altissimo valore per gli studiosi, ma lasciano indifferenti i non addetti ai lavori. Era qualcosa di molto di più, perché, anche se si tratta di parti di reperti rovinate dal tempo e probabilmente dal passaggio degli aratri dei contadini, sono elementi di un tutto molto più grande e magari ricomponibile con molta pazienza e anche un pizzico di buona sorte.

Il ritrovamento. Dal sottosuolo del Sinis, dopo millenni di buio, hanno rivisto la luce dei piedi, altre parti di una statua dalle effigi umane e un piedistallo. Sono appunto parti o frammenti di una scultura di dimensioni notevoli, fatto che lascia presagire che l’ultimissima scoperta degli archeologi, agli ordini della Sovrintendenza e del professor Raimondo Zucca che coordina gli esperti dell’università oristanese, sia un altro gigante. La prudenza regna nel mondo scientifico, ma sulla base dell’esperienza passata e di ciò di cui i musei sardi sono già in possesso si possono azzardare ipotesi molto vicine al vero e così è assai probabile che il numero della statue ritrovate a Mont’e Prama debba essere modificato, aggiungendo quella appena venuta alla luce. E c’è da giurare che non sarà l’ultima.

Il 17. Sinora erano stati ritrovati 15 teste, 27 busti, 176 frammenti di braccia, 143 frammenti di gambe, 784 frammenti di scudo. Era stato così possibile ricomporre ben sedici statue dei guerrieri di Monti ’e Prama, di cui undici sono custodite nell’esposizione cagliaritana e cinque al museo civico di Cabras, dopo il restauro effettuato al centro di Li Punti negli ultimi anni, quando furono ripescate dai sotterranei cagliaritani della Soprintendenza. Questi sarebbero numeri già di per sè notevoli; testimonianza dell’importanza unica del sito archeologico, ma sono solo numeri parziali che la campagna di scavi stravolgerà.

Il tesoro. Prima di trasferire le forze sul campo, gli archeologi, attraverso il dipartimento di Geofisica applicata della facoltà di Ingegneria dell’università di Cagliari, hanno in mano quella che in un caso poliziesco potrebbe essere definita la pistola fumante, ovvero la prova che in tutti quei chilometri quadrati, che per più di due millenni hanno visto crescere il grano celando i veri tesori del Sinis, c’è qualche cosa di straordinario; qualcosa che a scavo ultimato l’intero Mediterraneo invidierà alla Sardegna. Ad anticipare i lavori di queste settimane, c’erano state le ricerche portate avanti con il georadar di Gaetano Ranieri, professore ordinario di Geofisica all’ateneo cagliaritano. Attraverso lo strumento all’avanguardia, che l’università cagliaritana è l’unica al mondo a possedere, chi ora deve smuovere la terra per riportare alla luce le meraviglie del Sinis ha già un quadro d’insieme di quello che il sottosuolo ha custodito per millenni, nonostante il tempo, gli aratri e gli immancabili e odiosi tombaroli – a tal proposito la zona viene vigilata anche di notte attraverso pattugliamenti continui dei carabinieri e della forestale –.

Il georadar. Considerando questo primo risultato, nessuno oserà negare credito assoluto al georadar che già in altri scavi come quello di Santa Maria di Neapolis nel territorio di Guspini aveva indirizzato in maniera impeccabile gli archeologi preceduti dalla “radiografia” completa del sottosuolo. La zona scandagliata nasconde una collina di tesori, probabilmente il “santuario dei santuari”, ma non soltanto in riferimento alla Sardegna bensì ad un’area sicuramente vasta quanto gran parte del mar Mediterraneo. C’è chi giura che quando tutto verrà alla luce ci sarà ben poco da invidiare a molti siti archeologici di Grecia, Egitto e Medioriente. Il macchinario coi suoi sedici georadar, posizionati a distanza di dodici centimetri l’uno dall’altro trascinati da una macchina, aveva permesso di individuare 57mila anomalie. Per anomalie si intendono elementi del sottosuolo non compatibili per forma e dimensioni con la normale conformazione geologica del terreno. È quindi qualcosa di umano e non di naturale. Qualcosa che la mano dell’uomo, all’epoca sapiente quanto poche o più di tutte le altre mani del Mediterraneo di tremila anni fa, ha forgiato. Pietra dopo pietra, masso dopo masso, statua dopo statua, sino a costruire, prima di tanti altri popoli, la più grande metropoli dell’epoca.

da La Nuova Sardegna, 08/07/2014

Dopo 40 anni il 17° Gigante di una civiltà rasa al suolo

Già recuperati i piedi e parti del corpo, e ora emerge il busto della statua Un “tesoro” ancora nascosto. «Forse furono i Cartaginesi a distruggere tutto»

di Enrico Carta

INVIATO A CABRAS. Qualche giorno fa i piedi e altri frammenti. Ieri mattina, quando il sole era ormai a picco sulle teste degli archeologi e del gruppo di scavo, Mont ’e Prama ha regalato una nuova meraviglia. Dalla terra, raschiata delicatamente con gli arnesi da lavoro, affiora il busto del gigante – il numero 17 che andrà ad affiancarsi agli altri o che completerà qualcuno di quelli che i restauratori non sono riusciti a ricostruire – che l’équipe guidata dal professor Raimondo Zucca aveva capito fosse sotto i loro piedi sin dai giorni scorsi. È un pugilatore, un altro, dopo quelli già ritrovati quarant’anni fa sulle colline a ridosso delle splendide spiagge del Sinis. La sua presenza era stata anticipata proprio dai piedi, da altre parti del corpo e dal piedistallo, ma non è il solo reperto da museo di straordinaria importanza che ieri è venuto alla luce. A pochi centimetri dal torso del pugilatore, gli archeologi dell’università oristanese e i detenuti della casa circondariale di Massama che stanno svolgendo un progetto di lavoro per il reinserimento sociale, trovano anche due betili di forma tronco conica alti due metri e venticinque centimetri. Sono uno di fronte all’altro e sono caduti obliquamente chissà quando. Curiosamente si guardano e potrebbe non essere un caso, anzi è assai probabile che fossero stati piazzati in quel punto quasi fossero ai margini di una strada o di un percorso che doveva condurre in qualche luogo particolarmente importante per le popolazioni nuragiche che abitavano il territorio di Cabras tra il 1.000 e il 300 avanti Cristo, quando quel potentato che aveva dominato la zona fu spodestato da altre forze o da altri popoli la cui forza non era più contenibile. E proprio quei popoli potrebbero essere stati gli autori dello scempio successivo, quello che portò alla distruzione voluta delle statue e dei segni che i precedenti dominatori avevano lasciato e che ancora li turbavano. Evidentemente quelle presenze di un passato ingombrante e glorioso dovevano essere eliminate perché i segni del nuovo dominassero su tutta la zona.

Ovviamente, anche se dal 5 maggio, data di inizio degli scavi, sono tantissimi i reperti di dimensioni inferiori raccolti dagli archeologi, le ultimissime scoperte hanno portato alle stelle l’entusiasmo, mischiato alla comprensibile prudenza degli addetti ai lavori. Il direttore degli scavi, l’archeologo della Soprintendenza Alessandro Usai, spiega lo stato d’animo: «C’è grande entusiasmo, ma non dobbiamo dimenticarci che siamo prima di tutto ricercatori e quindi abbiamo come compito principale quello di recuperare elementi che servano a capire. I reperti sono come dei documenti da mettere insieme per interpretare la storia di queste terre dal decimo al quarto secolo avanti Cristo».

È un periodo lungo, forse anche più lungo di quello che va dalla creazione delle statue al momento della loro distruzione. La necropoli di Mont ’e Prama è infatti di epoca precedente alla creazione delle statue e non tutto ciò che il georadar ha rilevato può essere riferito al periodo nuragico su cui si concentra l’interesse del gruppo di lavoro. «Siamo di fronte a tracce smontate, a prove distrutte che dobbiamo ricostruire – prosegue Alessandro Usai –. Le 57mila anomalie geofisiche sono da interpretare e non tutte sono archeologicamente significative».

Visto che si parla di prove distrutte, sul banco degli imputati non salgono solo gli aratri e i trattori dei tempi nostri che avrebbero danneggiato i reperti. «I cartaginesi sono coloro su cui grava il maggior numero di indizi – spiega il professor Raimondo Zucca –. È assai probabile che fossero particolarmente interessati alla cancellazione di ogni traccia del potentato che li aveva preceduti. Sono evidenti i segni di come abbiano provato a cancellare la precedente civiltà, quasi sbriciolando quei manufatti così importanti».

Sono le prime conclusioni della campagna di scavi che andrà avanti sino al 31 dicembre sotto altri occhi vigili. Le ronde notturne di carabinieri e Forestale serviranno per tenere alla larga gli odiati tombaroli a caccia di quelle meraviglie di cui Cabras e la Sardegna ormai non vogliono più disfarsi, perché contengono ben più flebili tracce di un’identità millenaria.

da La Nuova Sardegna, 09/07/2014

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Ultimo aggiornamento Sabato 12 Luglio 2014 21:53  

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