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Il toro dorato e la Dea Madre, Kurgan e Sardi a confronto nel grande viaggio di “Eurasia”

Straordinari elementi in comune nei diversi oggetti nelle sale cagliaritane Dai vasi a scomparto e globulari alle fusaiole, dalle boccole ai piatti in bronzo

di Daniela Paba

CAGLIARI. “Eurasia. Fino alle soglie della Storia” parla il linguaggio della Grande Dea e di chi, secondo l'archeologa Marija Gimbutas, la relegò nell'ombra. La mostra, inaugurata al Palazzo di Città, dove resterà fino al 10 Aprile 2016, mette insieme, in un percorso parallelo e sincronico, i manufatti della Civiltà Kurgan, provenienti dal museo dell'Ermitage di San Pietroburgo e di quella Nuragica. Racconta, in quattro sezioni tematiche - Tuttigiorni, Rivoluzione Metalli, Potere Vanitas e Bove Machina – il Neolitico indoeuropeo e il suo trionfo sulla Natura.
Un viaggio nella Preistoria, tra V e I millennio a.C., attraverso 377 pezzi provenienti dalle collezioni del più famoso museo russo, poste affianco a un centinaio di pezzi prestati dai musei della Sardegna, con pochi ma importanti contributi dall'Italia centrale e settentrionale dei Terramaricoli, completano l'esposizione curata da Marco Edoardo Minoja, Anna Maria Montaldo e Yuri Piotrovsky, mentre l'allestimento che valorizza il singolo e l'insieme è firmato da Angelo Figus. “Eurasia” si apre con una visione della Rivoluzione neolitica che coincide con l'avvio della modernità: la produzione agricola, che campeggia con la proiezione di messi al vento sulle pareti di fondo, racconta lo sfruttamento dell'ambiente e il modificarsi del rapporto uomo/natura.
Seguono, naturalmente, l'accumulo delle proprietà, delle ricchezze, l'affermarsi dei mestieri, dello status dei gruppi familiari. A rendere la complessità della vita quotidiana del Neolitico, dove l'oggetto mantiene un valore cultuale, gli incensieri di argilla riproducono i modelli abitativi, le anfore kurgan portano i segni devozionali della Grande Dea. Qualunque sia la provenienza, dal Caucaso o dalla Sardegna, le fusaiole, i vasi a scomparto o quelli globulari, le boccole e i piatti in bronzo, appaiono, a dispetto delle diacronie, usciti dalle stesse sepolture, dagli stessi fuochi. E solo la fragilità della vita conduce verso i culti della fertilità, dei cicli lunari, del tempo ciclico, della Grande Madre.
Della vita quotidiana restano piuttosto bellissime asce di pietra levigata che diventeranno di rame e bronzo e con loro rasoi e falcetti. La Grande Dea è nelle statuette in alabastro di evocazione della fertilità proveniente da Monte d'Accoddi o in quella di Bonu Ighino ma anche nella versione, magra e funerea, della morte e rigenerazione, in pietra e osso. Lo studio di Marija Gimbutas ipotizza che antiche società “gilaniche” pacifiche, dedite alla coltivazione, ai culti delle acque, in sintonia con la natura, vengano spazzate via e quindi assimilate in Europa e Asia dalle migrazioni dei “kurgan”, civiltà pastorali, patriarcali, gerarchiche e guerriere. Il culto della dea resta nei miti, nei riti delle acque, nelle fiabe, nelle decorazioni e in quelle migliaia di statuine femminili che s'incontrano nei siti archeologici del mondo. La nascita della metallurgia, proiettata su parete come materia liquida e incandescente, porta con sé una trasformazione politica ed economica che da Oriente attraverso i Balcani arriva in Europa Occidentale e nel Mediterraneo e diversifica attraverso substrati regionali nelle varietà artigianali che ci vengono restituiti nei diversi corredi funerari. Metalli e leghe diventano oggetti finemente decorati, segni di élites militari e politiche, raccontano di artigiani e commercianti che attraversano lunghe distanze portando con sé coppe, pugnali, asce, spade, scalpelli. La Grande Dea resta nelle spirali che avvolgono spilloni lavorati e fibbie, mentre dalle fucine nuragiche entrano lingotti di rame ed escono punte di lancia e pugnali shardana. Potere e Vanità vanno insieme, vestono pietre rare, bracciali di conchiglie e denti di cinghiale, volpe e cervo, ma anche monili d'oro e lunghe spade decorate. La dea riappare nei gioielli come serpente, uccello, cervo, mentre già campeggia la figura del capo tribù e della navicella nuragica. L'asservimento del mondo animale, ma non solo, è sancito all'ultimo piano di “Eurasia” da BoveMachina che riconosce il valore di rigenerazione del simbolo taurino e nella ruota legge velocità e dinamismo ma anche il ripetersi ciclico delle stagioni. Il Neolitico davvero ci regala un mondo di forme animali: cavalli in corsa, uccelli in volo,
cervi buoi al giogo, montoni e protomi taurine in un'apoteosi che culmina nel toro d'oro dei kurgen, principio generatore maschile secondo la lettura più diffusa. Epifania della Dea di Rigenerazione per la sua eccezionale somiglianza con l'utero e le tube di Falloppio, secondo la Gimbutas.

da La Nuova Sardegna del 28/12/2015

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Ultimo aggiornamento Venerdì 01 Gennaio 2016 19:14  

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